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L’apprezzamento e il profondo rispetto degli antichi mestieri, spesso in via di totale scomparsa, è stato uno dei principi espressi da Adriano Olivetti che più mi hanno colpito. In un mondo interessato prevalentemente , se non unicamente, allo sviluppo in corso,e,talvolta, solo agli aspetti più appariscenti del passato, il fatto che sia stato espresso un profondo riconoscimento del valore dei mestieri tradizionali, visti nel quadro dell’evoluzione del lavoro umano, mi è parso non solo uno dei più originali aspetti del pensiero di Olivetti, ma anche un notevole punto di forza da lui offerto per una più efficace e completa conservazione di strutture e impianti legati ad attività che apparivano ai più totalmente superate ed erano quindi in via di abbandono e scomparsa.
Un mulino ad acqua, una bottega di maniscalco,un’officina di fabbro o falegname,una cascina per la lavorazione del latte o un antico impianto per la captazione e il trasporto dell’acqua,sono strutture che per molti hanno un certo valore documentario, ma comunque sono destinate ad essere eliminate. L’idea di Olivetti di conciliare un notevole e lungimirante sviluppo tecnologico dell’attività industriale con un’avveduta tutela e un premuroso supporto per la conservazione dei mestieri e delle tecniche tradizionali, particolarmente nel territorio Canavesano, è stato, a mio avviso, non solo un valido incoraggiamento a una corretta valutazione dell’attività di lavoro, ma esempio illustre di archeologia industriale che troppo spesso è vista solo come uno strambo, incomprensibile interesse per curiosità del passato o inutili strutture legate ad attività non più attuali.
Nella mia personale esperienza,legata a ricerche archeologiche condotte per un trentennio nel Vicino Oriente, dove ho potuto osservare, con molta preoccupazione, il graduale abbandono di mestieri e tecniche di tradizione millenaria. In molti casi l’importazione dall’estero di principi,tecniche,attrezzature , macchinari, si è rivelato un completo disastro. Basti l’esempio della profonda trasformazione avvenuta nelle tecniche per l’utilizzazione delle risorse idriche e l’irrigazione dei campi: ciò che era apparso a molti un meraviglioso sviluppo moderno, di tipo “occidentale” risultò completamente sbagliato e inadatto alle esigenze dell’ambiente.
Ciò che è avvenuto in paesi dell’oriente è stato ovviamente generato, almeno in parte, da una sorta di autocritica sentita da popolazioni che nel passato hanno conosciuto periodi più o meno lunghi di occupazione coloniale. Da ciò è derivata una latente ma talvolta anche molto palese, ammirazione per quell’ occidente da cui erano venute automobili, radio, macchine fotografiche , nuove armi da fuoco e così via. Il senso di inferiorità, almeno per certi aspetti della vita, ha prevalso troppo spesso sull’orgoglio del proprio passato e ha reso quelle popolazioni facile preda solo di uno sviluppo di importazione.
Gli arabi che avevano fatto da tramite per la diffusione in Europa e poi anche nel nuovo mondo, di tecniche costruttive ignorate, l’uso di prodotti e materiali nuovi, quali le perle, la carta, tessuti particolari come la seta, spezie, ceramiche e prodotti dell’agricoltura, finirono di pensare di appartenere ad un mondo ormai superato e non adatto allo sviluppo moderno.
In questo quadro assolutamente errato, le idee di un “rivoluzionario” occidentale quale può essere considerato Adriano Olivetti, sono una luce di verità che si espande ben al di fuori del suo territorio, per illuminare un panorama vastissimo della civiltà umana. Non si può che concludere che la sua valutazione delle nostre attività tradizionali, anche le più modeste, ha contribuito a un notevole supporto teorico per la comprensione anche in Oriente del valore di questi esempi del passato, e ha spesso incoraggiato una politica di conservazione da parte di molte avvedute amministrazioni.
Paolo M.Costa
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