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Intervento conclusivo di Piero Fassino | |
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Le ragioni del partito democratico - Orvieto seminario 6 e 7 ottobre 2006 Guardando alla sala in questi due giorni ho pensato a dove eravamo un anno fa. Un anno fa, il 6 ottobre del 2005, mancavano 11 giorni alle primarie, primarie che guardavamo con trepidazione e che molti, molti anche che sono in questa sala, guardavano con scetticismo. Quello scetticismo e quella diffidenza, e perfino qualche ironia, fu dissolta da 4.300.000 persone che ci diedero la misura di quanta domanda di unità, di coesione, di partecipazione, di riscossa fosse presente nella società italiana. Un anno dopo siamo qui e perché non dirci che fino all'altro ieri questo appuntamento era guardato con non minore scetticismo e diffidenza. E ancora qualche giorno fa, qualche esponente, che è in questa sala, aveva espresso delle perplessità sulla realizzazione di questo Seminario. E anche questa volta mi pare che il fare le cose ha dimostrato che si può superare la diffidenza, lo scetticismo e, come mi pare, più nessuno può recriminare di aver tentato la innovativa e straordinaria esperienza delle primarie, al punto che ci poniamo il problema di farlo diventare una modalità di vita del partito che vogliamo costruire, credo che nessuno possa recriminare di aver fatto questo appuntamento e, anzi, questa è la prima considerazione che voglio trarre da questa nostra discussione, noi usciamo di qui non come ci siamo entrati. Questa è la prima occasione nella quale noi abbiamo messo insieme il gruppo dirigente vasto dell'Ulivo e del futuro Partito Democratico. É la prima volta che avviene una discussione non tra Prodi o Rutelli, Fassino, D'Alema, Parisi e chi ha responsabilità di dirigere il centro sinistra e che periodicamente si riunisce e discute, è la prima volta che chiamiamo il nostro gruppo dirigente largo a discutere. E questa discussione ha fatto maturare in noi, mi pare, la consapevolezza che la sfida che noi poniamo a noi stessi non è una velleità, che per quanto l'ambizione sia alta quell'ambizione è praticabile, è raggiungibile e credo che usciamo tutti di qui più consapevoli, anche più ricchi, ciascuno di noi, perché ci siamo ascoltati e abbiamo fatto tutti uno sforzo per capire le ragioni dell'altro, tanto più che abbiamo deciso di camminare insieme, e credo che dobbiamo trasmettere questo messaggio al Paese, agli italiani, alla società, alla nostra gente. E per rendere evidente questo, avendo quindi più fiducia in noi stessi di quella che spesso dimostriamo, io penso che dobbiamo fare tante cose ma qui per comodità di tempo vorrei concentrare il mio intervento intorno a tre interrogativi che ci vengono frequentemente posti, a cui noi dobbiamo dare una risposta chiara che rende evidente il progetto che vogliamo realizzare. La prima domanda è: perché ci vuole un partito nuovo. Ed è una domanda legittima. Non un nuovo partito, un partito nuovo - come ci hanno detto le relazioni che hanno introdotto questi nostri lavori - ci vuole un partito nuovo perché viviamo in un mondo nuovo nel quale sono cambiate tutte le variabili intorno cui abbiamo costruito la nostra identità, le nostre identità e le nostre esperienze. La crisi dello stato nazione dentro cui è cresciuta la nostra esperienza nel corso del ‘900, mette in discussione la capacità regolativa dello Stato, il modello di Welfare, la capacità redistributiva, perfino le forme della democrazia. Ma noi siamo cresciuti tutti dentro quel modello. Il superamento del fordismo ha cambiato la quantità del lavoro, la sua distribuzione, la sua qualità e per gente come noi, che sta nel campo delle forze di progresso, il lavoro è stato sempre un valore intorno cui abbiamo costruito una identità e non soltanto in termini valoriali, ma in termini pratici, politici, sindacali. Il lavoro è stato uno dei caratteri dell'identità delle nostre organizzazioni. Quel lavoro su cui abbiamo plasmato la nostra identità e cambiato radicalmente, lo richiamava qui da ultimo Achille Passoni. Il secolo nel quale abbiamo costruito le nostre esperienze storiche, l'altro secolo, il ‘ 900, è nato intorno all'idea delle sorti magnifiche e progressive dello sviluppo e della capacità della crescita, misurata prima di tutto in termini quantitativi di dare risposte alle domande degli uomini e delle donne del pianeta. Viviamo in un tempo in cui una parola che entra tutti i giorni nel nostro lessico è la sostenibilità e siamo chiamati a fare i conti con i limiti dello sviluppo e sempre di più con la necessità di non misurare in termini solo quantitativi uno sviluppo che chiede ogni giorno, nelle domande di milioni di uomini, invece, risposte di qualità: sul terreno dell'alimentazione, della tutela dell'ambiente, della valorizzazione delle risorse del pianeta, della qualità dello sviluppo. Siamo chiamati a fare i conti con un mutamento demografico che ha rovesciato quella che era una dinamica che segnava l'identità di questo nostro paese, siamo stati per centocinquant'anni un paese da cui si andava via, siamo da quindici anni un paese in cui si viene. E questo sta cambiando la nostra società, stiamo entrando in una fase in cui il salto sarà più rilevante e più sensibile di quanto non sia avvenuto in questi quindici anni, perché stiamo superando la soglia del 5%, che nel giro di pochi anni sarà il doppio, di cittadini che vengono dal mondo. E fino a quando la quota è minima, il grado di accettazione è di un certo tipo. Nel momento in cui la quota cresce, si aprono dinamiche e problemi del tutto nuovi che ci interrogano in termini assolutamente inediti. Siamo in presenza in Italia, come in tutti i paesi industriali, e non soltanto quelli, alla crisi della democrazia rappresentativa e la globalizzazione determina ogni giorno mutamento di luoghi e di sedi di decisione che mettono a dura prova la tenuta della democrazia rappresentativa. Ma i nostri partiti sono nati per affermare il valore e il primato della democrazia rappresentativa, e dentro quel modello sono cresciuti come i grandi partiti capaci di raccogliere le domande di milioni di donne e d uomini e di rappresentarle. Serve un pensiero nuovo perché siamo di fronte a sfide rispetto alle quali la riproposizione di ciò che abbiamo fatto non è sufficiente. Un riformismo del XXI secolo significa questo, fare i conti con le domande di una società flessibile, della società del tempo reale, della società della domanda e dei bisogni individuali e di tante altre cose che stanno dentro le nostre riflessioni di questi anni, ma che non possono essere soltanto oggetto di analisi sociologica, hanno il dovere di diventare terreno per la ridefinizione di una politica e di una identità politica. Quindi questa è la prima ragione per cui abbiamo bisogno. A questa domanda dobbiamo rispondere. Dobbiamo rispondere che serve un partito nuovo perché abbiamo bisogno di un riformismo capace di interpretare un mondo nuovo, così come alla fine del ‘ 900 servirono grandi partiti di massa per interpretare un'Italia che entrava per la prima volta nella storia della modernità e le vecchie forme dell'organizzazione politica elitaria del periodo cavouriano e immediatamente successivo l'Unità d'Italia, non era in grado di leggere e di rappresentare quella società. Seconda domanda: perché insieme? La prima domanda posta è giusta, dobbiamo costruire un pensiero nuovo, ma perché necessariamente non può farlo ciascuno da solo. Penso che le ragioni sono molte, ma una è già riecheggiata qui, negli interventi di Alfredo Reichlin e di Ciriaco De Mita. Sappiamo tutti che le nostre storie, le storie di forze riformiste italiane è stata plurale, sta nella storia del nostro paese, un riformismo socialista che ha dato luogo a tanti partiti, un riformismo liberaldemocratico, un riformismo cristiano sociale e cattolico democratico. Quei riformismi sono rappresentati a lungo attraverso partiti distinti e per non pochi anni addirittura appartenenti a campi opposti. In primo luogo perché le risposte erano diverse. Perché lungo il ‘ 900 quei riformismi avevano un'analisi della società che spesso era comune ma che li portava a risposte che non erano comuni, anzi, spesso erano alternative e la divisione del mondo e dell'Europa in due, enfatizzava quella divisione. E il cumularsi di risposte diverse e la divisione del mondo e dell'Europa determinò, e ha determinato, per un lunghissimo periodo, il pluralismo politico di un riformismo che non trovava le ragioni e le possibilità di unirsi. Non è più così, non è più così perché sotto l'incalzare di sfide nuove, le nostre culture si sono già oggi contaminate e già oggi siamo tutti sollecitati a misurarci con problemi a cui diamo delle risposte che sempre di più sono comuni. E non è più così perché quel fattore che enfatizzava le differenze e le diversità, fino a renderle opposte, che era la divisione del mondo e dell'Europa in due, non c'è più, sta alle nostre spalle. Penso che troppo poco ricordiamo che noi abbiamo fondato l'Ulivo all'indomani della caduta del muro di Berlino e non avremmo potuto farlo prima. Non a caso, perché quella caduta produsse processi sullo scenario internazionale e nella politica italiana che determinò mutamento radicale di collocazione politica del riformismo e delle sue articolazioni politiche che congiunto al maturare di una contaminazione culturale reciproca intorno ai problemi che avevamo davanti, ha favorito un processo di unificazione, nell'Ulivo intanto. E difatti c'è un'esperienza comune. Se noi prendiamo i temi principali dell'agenda politica che sta di fronte a noi, dell'agenda del paese, e non solo del paese, dell'Europa, del mondo, noi abbiamo già oggi una lettura comune e spesso abbiamo già oggi una elaborazione che dà proposte comuni. La necessità di una governance globale di fronte a una globalizzazione che ogni giorno pone il tema della sovranità globale capace di dare al mondo quell'ordine che la semplice somma delle sovranità nazionali non dà. É un tema su cui abbiamo un'idea comune e abbiamo soprattutto un'idea altrimenti non saremmo andati in Libano. Che pace e governance non si evocano, si costruiscono. E che se un paese vuole sicurezza per se e per il mondo non può essere solo un paese che la consuma ma la produce e si assume le responsabilità conseguenti. Su questo abbiamo un punto di vista comune. Abbiamo un punto di vista comune sul fatto che l'Italia va pensata in Europa e senza pensarla lì, questo paese non ha destino. Questo è uno dei grandi errori della destra che ha pensato che si potesse pensare l'Italia fuori dall' Europa, a prescindere dall'Europa, senza fare i conti con l'Europa. Il valore dell'impresa e del mercato, come fattore indispensabile per produrre e accumulare quella ricchezza e quelle risorse senza le quali nessuna politica redistributiva si realizza. La pensiamo allo stesso modo. La necessità di garantire l'universalità dei diritti e di un Welfare che sia capace di garantire soprattutto opportunità. É un tema grande, se ne è discusso ieri nei gruppi di lavoro, oltre che essere richiamato nella relazione di Gualtieri. Abbiamo quanto meno un'analisi comune e stiamo costruendo una proposta comune. Siamo sollecitati anche perché adesso siamo al governo e la riforma del Welfare dovremo farla davvero lì. L'idea che oggi sempre di più devi fondare la società in tutte le sue variabili, a partire dalle modalità di crescere, di cumulazione sul sapere, sulla conoscenza. É un altro tema fondamentale, decisivo, essenziale su cui abbiamo una lettura comune. L'idea di come superare la crisi della democrazia rappresentativa e costruire le condizioni perché il superamento di quella crisi non passi per la riduzione del rapporto tra cittadini e Stato, come può avvenire con una deriva populistica e plebiscitaria. Ma invece si rinnovi un rapporto forte di identificazione di ogni cittadino nello Stato e nelle sue modalità regolative. Noi su tutto questo la pensiamo già oggi allo stesso modo. Ci divide più la storia da cui veniamo che l'idea che abbiamo dell'Italia e del suo futuro. Questa è la verità. Questa sintesi e questa capacità di esprimere un punto di vista e un pensiero comune può avvenire, lo vedo praticabilissimo, anche sulle questioni più spinose e più delicate, le questioni antropologiche o eticamente sensibili, testamento biologico, fecondazione assistita, coppie di fatto e altre questioni di questa natura che hanno percorso il nostro dibattito. Io non credo che anche lì non si possa realizzare un punto di sintesi che è capace di affrontare questo tema, a partire dal fatto che non si negoziano i principi, la questione non è la negoziabilità dei principi. I principi non sono negoziabili, ma compito della politica non è negoziare i principi. Compito della politica è negoziare le soluzioni e a partire dalla capacità di negoziare le soluzioni, noi possiamo costruire un punto di vista unitario e condiviso, anche su queste questioni. Possiamo dare al riformismo una rappresentanza politica unitaria, perché stanno alle nostre spalle le ragioni interne e internazionali, storiche e culturali, sociali, che hanno determinato per lungo periodo un' articolazione di riformismi italiani. Questo è il tema vero, la domanda vera che noi dovremmo proporre al dibattito di qui in avanti è: ci sono o no le condizioni per unire quello che la storia ha diviso? Ci sono o no le condizioni per dare una rappresentanza unitaria a quel riformismo, che per molte ragioni, fino ad oggi quella rappresentanza politica unitaria non l'ha avuta? Questo è il tema. In virtù di questo anche affrontare il problema della collocazione internazionale. Nel senso che noi pensiamo che così come si pone in Italia il tema di costruire un campo unitario del riformismo, questo problema, sia pure consapevoli della storia diversa di ogni nazione europea, si pone anche in Europa e quello che vogliamo costruire è sempre di più un centrosinistra, anche su scala europea e un campo di forze riformiste europeo . E quindi non c'è nessuno che chiede a qualcun altro di entrare in una casa. Meno che meno si chiede a qualcuno la adesione ideologica ad un'idea in cui non si riconosce. Quello che pensiamo è un'altra questione. Se pensiamo il Partito Democratico come il contributo a determinare, anche, su scala europea, in virtù di quel legame fortissimo tra noi e l'Europa che c'è e che richiamava anche Massimo D'Alema prima, e che è un tratto di identità di questo nostro partito, l'europeismo e l'Europa come tratto di identità di questo partito, noi pensiamo che l'Europa è il luogo, lo spazio, la dimensione della nostra vita oggi e domani e lì pensiamo l'Italia, la pensiamo così. Se è così evidente che il problema di costruire anche su scala europea un campo di forze riformiste unitarie, è un obiettivo strategico e la nascita in Italia di un Partito Democratico può contribuire a questo, ma è condizione che la costruzione del campo di forze riformiste europeo non pensiamo di realizzarlo con un avanguardismo solitario. Perché se vuoi costruire un campo di forze riformiste più ampio in Europa devi misurarti con le forze riformiste che in Europa ci sono e tra quelle forze riformiste la principale, non unica, ma la principale forza riformista che c'è è certamente la famiglia socialista e socialdemocratica. Ma non perché lo ha deciso Fassino per fare un dispetto a Castagnetti, perché se Prodi viene invitato ad una riunione di primi ministri o di capi dell'opposizione dei 25 paesi dell'Unione trova 23 leader socialisti e socialdemocratici. Gli unici altri due che non lo sono, sono Prodi e Feroistap. Allora facciamo i conti con questo o no? Non è un problema quindi di una adesione, di un ingresso, di una affiliazione tout-court, perché posta così è chiaro che è complessa perché non viene da una certa storia. Il problema che noi poniamo è un problema non ideologico, non di appartenenza ideologica di campo, è un problema pragmatico. L'unificazione del riformismo europeo si fa con le forze riformiste. E tra le forze riformiste con cui bisogna fare i conti c'è, in tantissimi paesi come principale forza riformista, un partito socialista e socialdemocratico. Interloquendo sulle colonne di Europa riguardo alla mia proposta di incontrare insieme a Rutelli i leaders riformisti dei principali Paesi europei, mi è stato chiesto: se tu vai a Parigi, Palerou lo incontri? Ed io non ho avuto nessuna esitazione nel dire che lo incontro, come incontro Segolenè Royal riformista, o Francois Hollande. Dico anche a voi che quando incontrerò Palerou gli chiederò una cosa semplice: quando a maggio del 2007 ci saranno le elezioni presidenziali dove starà? E se per caso ci sarà un ballottaggio tra un socialista e Sarkozy, starà con il socialista o con Sarkozy? Perché se starà con un socialista, sarà un interlocutore della casa più ampia riformista che potremo costruire, se starà con Sarkozyì ha legittimità di farlo, ma non mi interessa più e non credo interessi neanche agli amici della Margherita. Quindi il problema è davvero di mettersi in una logica dinamica e non statica. Raccolgo la sollecitazione che viene dagli amici della Margherita, a costruire un campo di forza riformista non in una logica statica di appartenenze di campo, ma nella costruzione di un campo nuovo che naturalmente per essere realizzato deve interloquire con le forze che ci sono. Anche di questo possiamo io credo ragionare e discutere e costruire insieme un percorso che ci porti ad una soluzione condivisa. Terzo interrogativo che ci viene posto: va bene tutto questo, ma con chi lo volete fare? Penso che la risposta con chi lo vogliamo fare in questi giorni è apparsa ancora più chiara di quanto non fosse fin qui. Ringrazio anche io Salvatore Vassallo, nell'averci esposto una relazione molto stimolante, perché su quella relazione si è aperto un dibattito, perché su quella discussione si è aperta una discussione ampia, il gruppo di lavoro che ha discusso su quella relazione ieri è stato riunito fino alle tre di notte, ciò significa che c'è stata una grande passione nel discuterne. Questo non mi stupisce, perché mentre sui temi delle prime due relazioni, un confronto tra di noi nei mesi scorsi si era già sviluppato, questa è la prima volta che affrontiamo una riflessione anche sulla forma. Ed è una riflessione che essendo molto complicata certamente non si è esaurita nè dalla relazione, nè dalle conclusioni. Abbiamo avviato una riflessione, una ricerca. Però nel dibattito, nella riflessione che abbiamo avviato e che dovrà continuare, due capisaldi mi appaiono chiari: primo, se vogliamo costituire un Partito Democratico serve la determinazione, la volontà, la forza, la capacità di rappresentanza dei Partiti che hanno costituito l'Ulivo. L'idea che l'Ulivo nasca a prescindere dai Partiti è una idea velleitaria, e quindi la presenza dei Partiti - dell'intesa tra Ds e Margherita in primo luogo - ma non solo. Perché io considero che il coinvolgimento pieno nella costruzione del Partito Democratico dello SDI sia un obiettivo che noi ci dobbiamo porre, perché è un pezzo delle culture riformiste che vogliamo unire. Avere i Partiti determinati è una concezione necessaria - uso un linguaggio matematico - ma può non essere una condizione sufficiente, nel senso che senza quei Partiti non nasce il Partito Democratico; quindi ci vogliono i Partiti e chi pensa che i Partiti siano un inutile retaggio del passato sbaglia, anche perché forse quando se ne parla bisognerebbe conoscerli nel profondo, bisognerebbe conoscerli meglio. Ma è evidente che i Partiti da soli non sono sufficienti, non sono sufficienti perché la società è più larga dei Partiti che la rappresentano, anche nel centrosinistra, anche nell'Ulivo, ed abbiamo avuto mille segnali di questa natura, ne ha richiamati Walter Veltroni alcuni: le primarie, il fatto che l'Ulivo prenda più voti dei Partiti distinti, il voto dei giovani, il voto nelle città, nelle aree elettoralmente più dinamiche e via di questo passo. Di più, noi qui siamo un gruppo dirigente vasto di donne e uomini che fanno politica e stiamo discutendo del Partito Democratico a partire dalla nostra esperienza di uomini che militano nei Partiti. Ma attenzione, il processo di unificazione del riformismo va molto oltre, io sono molto d'accordo con il richiamo che ha fatto Achille Passoni. Attenzione, la nascita del Partito Democratico è un grandissima sollecitazione a riprendere un ragionamento sull'unità sindacale e non solo dell'unità del sindacato, ma vogliamo fare i conti che tutte le organizzazioni dell'associazionismo sociale continuano a riprodurre in termini organizzativi quella che è la struttura che quelle organizzazioni scelsero, figliandole nel sistema politico all'indomani della grande rottura dell'unità democratica antifascista del '48. CGIL, CISL, UIL, Confesercenti e Confcommercio, CNA e Confartigianato, Lega e Confcooperative. Io penso che nel momento in cui noi poniamo il problema dell'unificazione del riformismo, lo poniamo non solo come un problema della rappresentanza politica, ma anche come un grande problema della rappresentanza del riformismo e quelle organizzazioni sono un pezzo del riformismo italiano straordinario. Abbiamo celebrato in questi giorni i 100 anni della CGIL, abbiamo ricordato qualche giorno fa un grande sindacalista cattolico come Grandi, e quindi è chiaro che la nostra idea nostra è quella di mettere in campo un processo molto ampio, che va molto al di là dei Partiti, perché non coinvolge solo donne e uomini che nei Partiti si rappresentano ed è un fattore di grande sollecitazione, un processo sociale, solo così penso che noi facciamo una operazione che davvero rinnova la Democrazia italiana E allora se è così io dico questo: Castagnetti, sia qui sia ieri intervenendo, ha posto una questione molto giusta, ha detto attenzione, che per definire come saremo dal punto di vista organizzativo a regime, cioè al momento in cui il Partito nascerà, è decisivo sapere come gestiamo la transizione, non vale solo per questo aspetto, ma quando si è in un guado come quello in cui siamo noi , come si attraversa il guado è la condizione per non essere travolto dalla corrente e arrivare dall'altra parte della riva. Io vorrei richiamare tutti noi ad un riferimento che nel nostro dibattito dell'Ulivo in questi anni, un pò come in un fiume carsico, ogni tanto è apparso ogni tanto è scomparso: il riferimento è l'Unione Europea. Perché faccio questo riferimento? L'Unione Europea si è costruita e si costruisce nella coesistenza di una doppia matrice: è intergovernatività ed è comunitarizzazione. L'obiettivo strategico è comunitarizzazione, per arrivare alla comunitarizzazione devi sapere che ci sono passaggi che hanno bisogno di intergovernatività, avendo chiaro il rapporto tra le due dimensioni. Se guardo alla storia dell'Unione Europea, ogni volta che è prevalso l'intergovernatività, l'integrazione si è fermata; ogni volta che è prevalsa la spinta alla comunitarizzazione è andata avanti. Quindi l'obiettivo è la comunitarizzazione, il Partito Democratico per stare alla nostra cosa, il Partito. Nella transizione bisogna ricostruire le forme, per cui i soggetti che la costituiscono - politici e sociali - siano tutti partecipi; allora tutta la discussione, come gestiamo la transizione, le modalità con cui mettiamo insieme organizzazioni diverse e società civile, il tema una testa un voto oppure la logica patrizia, sta tutta dentro questo schema. Io penso che dobbiamo avere questa idea, che dobbiamo gestire la transizione appunto avendo una modalità, come l'Unione europea, a doppia matrice che fa coesistere le due dimensioni per costruire via via un processo che ci porti all'obiettivo desiderato. Così anche dare la risposta alla domanda di rispetto del pluralismo, senza che il rispetto del pluralismo diventi un freno, una inibizione a costruire una cultura comune, valori condivisi e un percorso comune. Ecco io penso che a questi tre interrogativi noi possiamo dare queste risposte e questo ci può aiutare a rendere chiaro il nostro progetto, a renderlo convincente, a discutere con tutti e a coinvolgere tanti. Io sono assolutamente d'accordo con la sollecitazione che è stata fatta qui. Nella discussione di questi due giorni ci stavano benissimo, a tutto tondo, con il loro punto di vista ed anche con la loro criticità quelli che oggi qui non ci sono e noi dobbiamo fare di tutto che da domani ci siano nel nostro dibattito e nella costruzione del Partito Democratico. Perché un Partito plurale è un Partito capace di costruire le condizioni di un pluralismo interno in cui ciascuno abbia piena cittadinanza, con le proprie convinzioni e con le proprie idee. Due ultime osservazioni. È stato fatto un riferimento esplicito alla legge elettorale, si è detto naturalmente che non è indifferente che legge elettorale ci sarà per la costruzione del nostro progetto. Ecco io rovescerei i termini se mi è permesso, li ho semplificati: non è stato detto così brutalmente come lo dico io, ma per comodità lo rovescio. Noi veniamo da 15 anni di transizione istituzionale lunga, però incompiuta, in cui sono cambiate tante cose nell'assetto istituzionale del Paese: le leggi elettorali, il federalismo, la legge 56, però sappiamo tutti che la transizione è incompiuta e forse è una delle ragioni per cui facciamo il Partito Democratico. Forse dobbiamo prendere atto che per portare a compimento questa transizione è necessario definire nuove regole costituzionali e istituzionali, ma nuove regole costituzionali e istituzionali difficilmente si avranno se non cambiano i soggetti politici. Questo approccio, per me vale anche per la legge elettorale e cioè per dirla chiara, sarà più facile avere una nuova legge elettorale avendo il Partito Democratico che aspettare e vedere che legge elettorale per decidere se fare il Partito Democratico. Dunque, davanti a noi c'è davvero un'opera immane, un pezzo di strada l'abbiamo fatta in questi anni, tanto abbiamo fatto, in questi 10 anni soprattutto negli ultimi 5, abbiamo unificato il nostro elettorato presentandoci agli elettori con un simbolo comune, abbiamo unificato la nostra rappresentanza istituzionale, dando vita ai Gruppi Parlamentari, ci poniamo un orizzonte, autunno 2007 , primavera 2008, come è stato indicato nella relazione, per l'Assemblea Costituente del nuovo Partito, preceduta entro l'estate del 2007 dai Congressi di Partito. Bene, però attenzione che l'orizzonte come è noto è un punto che si allontana mano mano che ci si avvicina; se non vogliamo che avvenga questo, non è indifferente cosa facciamo di qui ad allora. Il problema adesso non è attendere i Congressi del maggio 2007, attendere l'Assemblea del dicembre 2007 o gennaio 2008, è cosa facciamo da oggi in avanti per costruire le condizioni perché quei due appuntamenti siano appuntamenti in cui portiamo effettivamente a sintesi il processo che qui stiamo discutendo ,. Allora decidere che lavoriamo sul serio per fare i Gruppi consiliari dell'Ulivo nelle 20 Regioni italiane, decidere che abbiamo una formazione politica comune, decidere che ci diamo una rivista che accompagni il nostro dibattito politico culturale insieme, decidere, cosa facile perché lo abbiamo già fatto nelle elezioni amministrative del maggio-giugno scorso, che all'elezioni del 2007 che vedranno votare tante città e province ci presentiamo dunque come l'Ulivo e contemporaneamente scrivere sulla base del dibattito di queste due giornate, di tutto ciò che verrà, un manifesto fondativo che ci dia il senso del progetto e dei suoi contenuti, e tutto questo è tempo da riempire così, perché allora arriviamo con gli appuntamenti ed io credo che questo sia da fare, ci serva cioè per il Partito Democratico, un forte movimento democratico nelle società. E allora costruire il nuovo, dico: lasciamoci definitivamente alle spalle la discussione su come morire, non voglio morire democristiano, non voglio morire socialdemocratico. Perché noi non stiamo discutendo come morire, noi stiamo discutendo non come chiudere una storia ma come scriverne una nuova, noi non stiamo discutendo di morire, noi stiamo discutendo della vita, e la fecondità delle nostre storie, della storia che ciascuno porta , la fecondità delle nostre storie sta nella capacità di costruirne una nuova, che va oltre le nostre storie, questo è. Così come quando un padre e una madre generano un figlio sono loro a generalo , ma mano mano che questo figlio cresce, come dire, acquista la sua personalità e nella vita è una persona che onora il padre e la madre ma costruisce le sue speranze, le sue scelte e il suo destino autonomamente. É questo che noi dobbiamo essere in grado di fare, vogliamo appunto che nasca una nuova vita. Questa mattina, Bersani ha detto: facciamo questo partito perché vogliamo il bene dell'Italia. Io uso questa metafora, queste parole, per dire che se il nostro obiettivo è una nuova vita, un nuovo inizio, ebbene trasmettere la vita è un gigantesco atto d'amore, e noi vogliamo costruire un nuovo soggetto, creare una nuova vita perché questo è il nostro atto d'amore verso il nostro Paese, verso la nostra gente, verso i nostri giovani. Questo è il messaggio che noi dobbiamo dare: una grande forza che sia capace di interpretare ansie, aspettative, domande e che soprattutto sia in grado di trasmettere speranza. |
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