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IL FUTURO CI UNISCE
Fare crescere un'Italia Unita di Romano Prodi
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| Data: 11 Dicembre 2004 | |
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Cari Amiche e Cari
Amici, nel febbraio del 1995 ho cominciato il mio viaggio nella
politica. Un viaggio che ha avuto la sua stella polare nell'Europa. Capivo
che dovevamo entrare nell'Euro non solo per aderire all'Europa della
moneta unica, ma per dare finalmente un futuro stabile e prospero
all'Italia. Oggi dobbiamo riprendere questo disegno di stabilità e di
prosperità. **** Abbiamo ascoltato le domande, abbiamo compreso i problemi, abbiamo condiviso le speranze dei nostri amici che hanno parlato qui di fronte a noi. Ad essi dobbiamo dare una risposta. Per questo voglio parlare del futuro. Del futuro da costruire tutti assieme per un'Italia protagonista in Europa. Il mondo nel XXI secolo Il mondo del XXI
secolo è un mondo ancora carico di rischi e di paure: i terrorismi, le
guerre e le povertà. Ma è anche un mondo carico di straordinarie
opportunità nel quale un terzo dell'umanità si è svegliato, è uscito
dall'isolamento ed ha trovato la strada dello sviluppo. Nel quale, tra
la Cina e l'India, oltre due miliardi di persone, stanno scoprendo e
provando che la povertà e la miseria non sono una maledizione eterna. Un
mondo nel quale l'istruzione è più preziosa delle materie prime. Un
mondo che sta imparando a riconoscere il L'Europa Un mondo nel quale
c'è l'Europa. Un'Europa di 25 paesi, di 450 milioni di abitanti e, ora
con una Costituzione, con politiche comuni per sostenere le regioni più
povere, per promuovere la ricerca scientifica, per tutelare l'ambiente,
l'agricoltura, la concorrenza e i diritti dei consumatori. Un'Europa che
è un continente di pace, di libertà, di sicurezza. Un'Unione costruita
con la democrazia e che, aprendosi a nuovi popoli e a nuovi Stati,
ha esportato e sta esportando la democrazia. Un caso unico ed un esempio
in un'epoca nella quale c'è chi cerca e si illude che la democrazia si
possa esportare con la forza delle armi. L'Europa è la carta sulla quale
l'Italia, uscita distrutta dalla guerra, ha scommesso il proprio
avvenire. E fino a quando ha fatto questa scommessa ha vinto. L'Italia
può ancora avere un grande futuro perché è parte della nuova e grande
Europa Il futuro dell'Italia L'Italia ha le
risorse potenziali che contano nel mondo di oggi: lavoratori
straordinari e imprenditori, piccoli e medi, che sono il nostro
biglietto da visita nel mondo. I nostri successi sono stati il frutto di
una sola ricetta. Di ingredienti semplici. Imprenditori coraggiosi,
apertura alla concorrenza e ai mercati internazionali, grande attenzione
alle risorse umane e ai lavoratori, legame col territorio e con le sue
tradizioni produttive, scommessa sull'innovazione. Questa è la ricetta
che dobbiamo promuovere e sostenere. Per rilanciare le nostre poche
grandi imprese e per fare diventare grandi quelle di media dimensione.
E' una sfida che ancora Le ragioni del declino Il rischio si fa
ora drammatico. Non credete a chi vi dice che la colpa è solo del
mercato del lavoro. Non credete a chi vi dice che la colpa è solo delle
tasse. Le ragioni sono più profonde, sono più serie. Il mondo è
cambiato: non è più quello del 1996 e le politiche non possono essere le
stesse. Sono cambiati i modi della produzione. Sono cambiati i fattori
del successo. Oggi, vince chi riesce a restare sulle frontiere
dell'innovazione. Un'innovazione fatta di ricerca, di scuola, di
università, di mercati aperti all'ingresso di nuovi I giovani L'Italia non ha
scommesso sui giovani: eppure solo scommettendo su di loro potrà
riprendere il cammino dello sviluppo. I nostri giovani stanno peggio dei
loro genitori. Hanno meno speranze di quante ne avevamo noi alla loro
età. Eppure potrebbero avere davanti a loro orizzonti sempre più ampi.
Eppure, nei pochi casi in cui vengono date loro delle occasioni sono
bravissimi. Nella ricerca nei settori più avanzati dalle biotecnologie
alle nanotecnologie, nell'arte moderna, nella produzione di qualità. Ma
in genere i nostri giovani sono costretti a restare in parcheggio sempre
più a lungo. La stagnazione E nella
stagnazione tutto diventa impossibile. E noi siamo nella stagnazione.
Non solo perché siamo l'ultimo nella crescita tra i 25 paesi europei, ma
perché le nostre famiglie sono diventate più povere. Chi era già ricco
lo è diventato ancora di più, mentre anche chi si riteneva più fortunato
di altri fatica ad arrivare alla fine del mese. Non sorprende che oggi
questo governo e questa maggioranza si ritrovino soli. La stagione delle
illusioni è finita. Le famiglie, i giovani, gli anziani, i lavoratori,
le imprese hanno fatto i conti. Hanno fatto i conti e si sono trovati,
tutti, più poveri. Più poveri, soltanto quest'anno, di 31 miliardi di
euro. 60 mila miliardi delle Il deficit pubblico Il calcolo è semplice. A giugno c'è stata una prima manovra di 7,5 miliardi. A questa, si è aggiunta, in settembre, una seconda di 24 miliardi. Infine, pochi giorni fa, il governo ha deciso di tagliare le tasse, così hanno detto loro, di 6, 5 miliardi. Ma, poiché i soldi per finanziare questi 6,5 miliardi di tagli non ce li avevano, hanno aggiunto alla manovra un carico di 6 miliardi. Vogliamo fare la somma? Niente di più facile. 7,5 + 24 = 31,5 31,5 - 6,5 = 25 25 + 6 = 31 Sono 31 miliardi di euro. Questo è il conto. Ed è il conto solo per quest'anno. Tanto che l'ex ministro dell'Economia quanto un ministro ancora in carica hanno già detto che nella prossima primavera sarà necessario un nuovo intervento. E i risultati non cambiano anche se ci limitiamo alla sola parte fiscale. Il Presidente del Consiglio ha parlato del più significativo taglio delle imposte degli ultimi decenni. Strano, molto strano. Addirittura sorprendente. Se si prendono per buone le cifre ufficiali del governo, il prossimo anno avremo non un taglio ma un aumento delle imposte. E non si tratta di un aumento di poco conto. Nel 2005 le imposte aumenteranno di quasi 4 miliardi di euro. Sempre, naturalmente, che non ci siano nuove sorprese. Sono tasse pesanti, ingiuste, inutili e dannose. Sono tasse ingiuste perché colpiscono i più poveri e premiano i più ricchi. E sono tasse inutili e dannose perché non aiutano le imprese ad essere più competitive e l'economia a crescere di più. Per questo il governo ha deciso di chiedere la fiducia quando in Parlamento, si tratterà di approvare la sua Legge Finanziaria. Il governo pensa che, liberi di esprimere il proprio voto, gli stessi deputati della maggioranza potrebbero anche dire "no" a questa Finanziaria. Per una volta, credo che il governo abbia ragione. Una manovra che pesa per 31 miliardi di euro e che impone nuove tasse per quasi 4 miliardi non è facile da digerire. Forse è per questo che il partito del Presidente del Consiglio ha organizzato per oggi una manifestazione contro le tasse, un "no tax day". Vogliono dire di no alle nuove tasse del governo. Noi e le imposte Hanno cercato di
dipingerci come il partito delle tasse. Sbagliano. Noi pensiamo
semplicemente che le tasse siano uno strumento per finanziare l'azione
dello stato e dare ai cittadini la protezione e i servizi di cui hanno
bisogno. Ciò a cui certo non possiamo rinunciare è il criterio che
informa tutti i sistemi fiscali dei paesi democratici: la progressività.
Questo vuole dire una cosa semplice: chi ha più possibilità è chiamato a
contribuire in misura maggiore di chi ne ha meno. I beni pubblici, i
servizi, la sicurezza ecc. debbono essere Le ragioni del disavanzo Lo spazio per questa riduzione c'è. Non lo si deve trovare nei tagli ai servizi e allo stato sociale (questo è uno scambio che non potremo mai accettare). Lo spazio è anzitutto nella lotta alla evasione, che è enorme e crescente. E che durante il periodo del nostro governo era sensibilmente calata. Tre anni di condoni reiterati e una visione del fisco come nemico rischiano di annullare la possibilità di recupero di un rapporto positivo tra lo stato e i cittadini sul terreno fiscale.La Legge Finanziaria è la firma di un governo che ha perduto il controllo della finanza pubblica. Da quasi il 5 per cento di avanzo primario del 2001 siamo ridotti a poco più dell'1%. In tre anni e mezzo hanno dilapidato il patrimonio che gli italiani avevano costruito in anni di sacrifici. Bastava che avessero mantenuto la situazione di bilancio che avevano ricevuto dal centrosinistra. Bastava questo, e avrebbero evitato manovre correttive, una tantum, cartolarizzazioni, condoni. Bastava questo e avrebbero evitato la vendita dei ministeri, delle sedi dell'Inps, delle caserme, delle strade. Avrebbero evitato di tagliare del 10% i fondi a disposizione dei carabinieri e della polizia. Non è con meno risorse che si combattono camorra, mafia e criminalità. Una criminalità che ha rialzato la testa ed è in crescita dovunque ad eccezione che nei telegiornali. Ma tre anni e mezzo di governo hanno prodotto un disastro non solo nei conti pubblici. Hanno prodotto nuove gravissime disuguaglianze. Hanno creato insicurezza e hanno tolto la speranza nel futuro. E' ora di rilanciare l'Italia. Rilanciare l'Italia Noi ce la possiamo
fare. Perché noi siamo quelli che ce l'hanno già fatta quando la sfida
era la più difficile. Siamo quelli che tutti i giorni ce la fanno nel
governo delle città, delle province, delle regioni. Siamo quelli che le
promesse le mantengono. Non servono miracoli, non c'è bisogno di
bacchette magiche. Serve un lavoro Ancora l'Europa Fortunatamente, l'Italia può contare su una grande alleata: l'Europa. L'Europa ha bisogno di un'Italia che si rimetta nel solco della sua grande tradizione e torni ad operare in favore di una più forte integrazione. L'Europa ha bisogno dell'Italia per darsi una nuova e più forte capacità di decidere, nel governo dell'economia, nella politica dell'immigrazione, nel sostegno alla ricerca scientifica, nella politica internazionale. Per consolidare, su un piano di mutuo rispetto e di reciproca dignità, l'alleanza con gli Stati Uniti d'America. Per contribuire a rafforzare l'autorità delle Nazioni Unite e la stabilità dell'ordine mondiale. L'Europa, dunque, ha bisogno dell'Italia. Così come l'Italia ha bisogno dell'Europa. Le tre priorità Giovani.
Immigrazione. Mezzogiorno. Questi sono i punti critici dell'Italia di
oggi, su cui fare ripartire l'intero Paese. Queste sono le emergenze.
Queste debbono essere le nostre grandi priorità. I giovani, gli
immigrati e il Mezzogiorno sono le nostre grandi risorse per il futuro.
Sono le risorse più preziose sulle quali investire. Nel quadro
dell'Europa e con l'aiuto dell'Europa. Che fare allora? Scuola, scuola,
e, poi, ancora scuola. E' da qui che si parte. Le giovani donne Sono soprattutto loro, le giovani donne, che possono portare un contributo decisivo per far fare un salto in avanti alle nostre imprese, alla nostra società, alla nostra politica. Ho visto quanto più forte è il ruolo delle giovani donne negli altri paesi europei. E' ora che anche noi diamo una mano di rosa all'Italia. Gli immigrati Ma i nostri
giovani, da soli, non basteranno. Da qui al 2025, su una popolazione che
non dovrebbe variare di molto, i giovani sotto i vent'anni caleranno da
11 a 9 milioni, e quelli tra i 20 e i 39 anni da 17 a 12 milioni. Per
sostenere un paese nel quale gli anziani sopra i 65 anni saliranno da
10,5 a 14,6 milioni, per produrre quel benessere che i nostri giovani
non saranno più in grado di garantire, avremo bisogno di uomini e donne
di altri paesi. Stato centrale, autorità locali, mondo delle imprese e
del volontariato, associazionismo religioso e laico: tutti dovranno
essere coinvolti in una sforzo coerente. Si tratterà in primo luogo di
governare l'ingresso nel territorio e nel mercato del lavoro di queste
nuove genti. Il Mezzogiorno Anche per il Mezzogiorno l'ancora alla quale agganciarci è l'Europa. Un'area di stabilità e di crescita vigorosa ad est, con i Balcani davanti alle nostre regioni adriatiche. Un nord Africa sulla via dello sviluppo a poche centinaia di miglia dalle nostre coste. Un'Asia che, dal Canale di Suez, arriva in Europa attraverso il Mediterraneo con la imponente e vertiginosa crescita dei suoi traffici, ma che il nostro Mezzogiorno non si è preparato a ricevere con una nuova logistica, con la capacità di trasformare e adattare i beni che dal più grande centro di produzione(l'Asia) vanno nel più grande mercato del mondo (l'Europa). Un'Asia che al Mediterraneo e al nostro Mezzogiorno chiede porti, scali aerei, capacità logistiche. Ora chiede anche la cancellazione totale di ogni influenza mafiosa e di ogni azione di disturbo e di controllo sulla vita delle imprese e di coloro che operano nelle imprese. Il Mezzogiorno ha perduto la grande occasione degli investimenti europei (diretti verso la Spagna). Ha perduto l'occasione degli investimenti americani in Europa (approdati in Irlanda e nel nord del Continente). Ora sta arrivando l'ultima occasione: l'irruzione dell'Asia in Europa. Non perdiamola e prepariamoci fin da ora, consapevoli almeno che da Gioia Tauro a Rotterdam ci sono almeno quattro giorni di navigazione. E poi, ci sono, alle porte, i turisti. Non più solo i giapponesi, ma i nuovi cinesi, pronti a innamorarsi delle nostre bellezze, se non verranno costretti a scegliere altre mete, meglio organizzate, meno care. Con un reddito pro capite pari a meno del 70 per cento della media nazionale, il Mezzogiorno è il collo di bottiglia che più condiziona le capacità di crescita dell'Italia. Ma è anche la riserva più importante della quale disponiamo per far fare un salto in avanti al nostro sviluppo. La fiducia nella Politica Nel 2001 la destra
ha vinto le elezioni. Da allora gli italiani hanno via via perso la
fiducia nel governo perché il governo non ha trasformato le promesse in
fatti, non ha dato risposta ai loro problemi. Non usiamo però cari
amici, la sfiducia nei confronti del governo per nascondere la gravità
di tutti i nostri problemi. Energia e Ambiente Ne cito solo due
per tanti: l'energia e l'ambiente. Abbiamo un grave problema nel nostro
sistema energetico: la dipendenza dai combustibili fossili, petrolio,
carbone, gas è esagerata; non sostenibile. Un programma forte di ricorso
alle energie rinnovabili è indispensabile ed urgente. E non solo per il
bene del nostro paese, per ridurre la nostra dipendenza strategica
dall'estero. Lo Stato Sociale Ci serve la
crescita anche per sostenere e riorientare lo stato sociale. Non certo
per smantellarlo e sostituire ai diritti la carità e la compassione.Alla
compassione noi preferiamo i diritti.Non possiamo accontentarci di un
welfare che interviene ex-post a riparare le situazioni di disagio.
Dobbiamo eliminare privilegi e posizioni di rendita per garantire a
tutti più opportunità. Dobbiamo promuovere la realizzazione delle
persone e la vita serena delle famiglie. Non si riconosce il valore
della famiglia se ad essa si sottraggono servizi e sostegni. La crescita
ci dona le risorse per costruire il nuovo stato sociale ma nella nostra
impostazione lo stato sociale e la coesione sono elementi dello
sviluppo, non ne sono un freno. Se non si produce ricchezza si
distribuisce povertà. Sviluppo e democrazia Noi risponderemo con la ripresa dello sviluppo, ma anche con la trasformazione della vita democratica e la riforma del finanziamento della politica. Con le nostre proposte coraggiose e con la volontà di realizzarle riacquisteremo la fiducia dei cittadini e riceveremo da loro il compito di portarli fuori dalla crisi. Esercitare la leadership politica non significa mediare o rincorrere l'opinione prevalente. Fare politica vuol dire mettere sul tavolo i temi difficili, proprio quei temi che molti vogliono evitare o ignorare perchè pensano che non si possano risolvere. Fare politica non significa seguire i sondaggi. I sondaggi di opinione, come mi ha più volte detto un consigliere di Clinton, ti dicono solo da che parte sta la gente. Che cosa la gente già pensa. Ed è inutile portare la gente dove già si trova: bisogna portarla più avanti. Fare assieme il programma Abbiamo davanti a noi molti mesi per ascoltare,
per
capire e poi decidere insieme con onestà e con serenità dove dovremo
andare. E là porteremo il Paese quando avremo la responsabilità del
governo. Non possiamo, nel frattempo, perdere le nostre radici che ci
debbono
rendere attenti ai problemi quotidiani di tutti e soprattutto dei
più
deboli. Troppe volte abbiamo rischiato di perderle, per dedicarci
alle pur
necessarie discussioni interne. Molti giovani hanno perciò perso la
fiducia
nella politica per dedicarsi ai problemi personali o anche ad una
generosa dedizione alla propria comunità o alla protezione di categorie più
deboli o I tre NO Per questo dobbiamo dire tre NO. Il primo è allo stravolgimento della Costituzione. No ad una riforma della Costituzione che è una vera e propria controriforma. Che punta a spaccare il paese nella sua unità istituzionale, culturale e civile. Si rompe l'equilibrio dei poteri, si spezza l'unità del paese. Di nuovo una concessione alle bandiere di qualche partito regionale. Un modo di intendere la politica, che per accontentare qualcuno compromette il disegno di tutti. Il secondo no è ad una riforma della Giustizia, che punta a spezzare il senso della legge. Si umiliano i giudici, si fanno le leggi ad personam, si schierano gli avvocati delle proprie cause nella battaglia parlamentare. Il risultato è che non solo si indebolisce gravemente l'ordinamento giudiziario italiano, ma si toglie ogni fiducia dei cittadini verso la legge, perché la legge viene identificata nell'interesse di una persona o di un gruppo e non nella tutela del diritto e della giustizia. Il terzo no è ad un cambiamento delle regole del confronto elettorale e delle norme che garantiscono un livello minimo di parità nell'uso delle risorse della comunicazione. Ma non ci dobbiamo stupire che questo governo e questa maggioranza siano contrari alla parità. Il viaggio dell'ascolto Il viaggio che oggi iniziamo in tutto il paese è un viaggio di ascolto. L'Italia è più grande e più forte della rappresentazione che molti ne vogliono dare. Una rappresentazione che non ne riconosce le risorse e la vuole portare sulle strade pericolose della divisione e del conflitto, in cui le parole sono sempre gridate e sempre vuote. Noi vogliamo capire le risorse e i problemi del nostro paese e presentare in modo pacato e sereno le soluzioni, che questo viaggio nella fatica e nelle speranze dell'Italia ci avrà suggerito. Questo non è più il tempo delle gelosie, delle vecchie discussioni tra partiti e società civile, della ricerca di piccole rendite di posizione. Oggi come sessant'anni fa siamo chiamati ad una nuova ricostruzione. Il tempo corre più veloce dei ritmi della politica. E allora, senza lasciare in dietro nessuno, dobbiamo cambiare marcia e dare un grande segnale di unità. Questo oggi ci viene chiesto dalla parte migliore del paese, che non tollera più un mondo politico litigioso e diviso.Il cantiere è aperto. Tutti sono chiamati a lavorare in questo cantiere. Vinceremo se sapremo innovare la politica, se parleremo agli italiani dei loro problemi. Se ogni energia sarà mobilitata. Ciò che ci deve distinguere e che alla fine ci farà vincere è il linguaggio della verità e della coerenza.Ed è con la verità e la coerenza che faremo crescere un'Italia Unita. 11-12-2004 - Milano, Palalido. Testo integrale del discorso di Romano Prodi alla manifestazione: "Il futuro ci unisce".
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